aprile 2008

a. XIV, n. 2  [78]

 

 

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 APRILE 2008

 

Un flagello d'altri tempi. La malaria

 

di Giuseppe Meloni

 

Mezzo secolo fa, alla conclusione del secondo conflitto mondiale, una campagna di disinfestazione a tappeto liberava la Sardegna da un flagello che aveva condizionato la vita di generazioni: la malaria.

Oggi solo chi ha vissuto nella prima metà del XX secolo ricorda gli effetti delle febbri ricorrenti che colpivano molti e la perenne lotta per limitare gli effetti negativi della malattia e per prevenirla quando possibile.

Gli autori che parlano delle condizioni dell’isola nei diversi periodi storici sono concordi nel ricordare questo triste flagello. Le fonti spagnole, in particolare, parlano di terra “miserable y pestilencial”. La nobiltà catalano-aragonese e quella spagnola, che dominarono l’isola per quattro secoli, cercò sempre di evitare di risiedere in Sardegna, anche se ripetuti ordini dei diversi sovrani li obbligavano a raggiungere i loro feudi sardi, perché potessero controllare meglio una situazione che spesso sfuggiva al controllo delle autorità centrali.

La paura, oltre che dai pericoli determinati dall’ordine pubblico, derivava soprattutto dalla possibilità di ammalarsi di malaria, sempre pericolosa, spesso mortale.

Chi visitava l’isola per la prima volta non possedeva gli anticorpi necessari a proteggere l’organismo dal contagio e per questo il pericolo che correva era molto superiore a quello al quale andavano incontro gli indigeni, vaccinati naturalmente per affrontare il morbo con conseguenze meno drammatiche.

Tanto era micidiale il contagio verso gli organismi non ancora abituati al clima locale che i documenti del XIV secolo ci danno notizia del fatto che persino i cavalli spagnoli (una razza selezionata con incroci con i cavalli arabi, adattissimi per la guerra) si ammalavano quando venivano portati in Sardegna.

Le cause non erano conosciute. Si pensava che il clima locale, soprattutto d’estate, facilitasse il propagarsi del morbo. Benché si intuisse che non era salubre abitare in aree paludose o vicine agli acquitrini o agli stagni, per millenni non si capì che il contagio era legato alla presenza e alla puntura delle zanzare.

Non è sicuro, ma sembra che nel periodo nuragico in Sardegna non esistesse la malaria. Lo deduciamo dal fatto che gli scrittori del mondo antico, quando descrivono le caratteristiche dell’isola pre-romana ne esaltano le risorse e la fertilità.

Forse lo sviluppo della malattia avvenne durante la dominazione punica o in occasione dell’invasione delle truppe romane.

Il primo riscontro dell’esistenza della malattia è riferibile al II secolo a. C., quando, nel 178, quando furono chiesti al Senato rinforzi per contrastare le popolazioni locali; i soldati romani di stanza nell’isola, infatti, erano stati colpiti dalla malaria.

Da allora in poi l’isola, la regione più colpita dal flagello, fu costantemente esposta al contagio fino alla disinfestazione della metà del Novecento alla quale abbiamo già accennato.

 

Durante i secoli furono molti, e spesso inefficaci, i sistemi di cura della malattia. Un deciso successo si ottenne con l’introduzione della terapia a base di chinino, un’autentica scoperta che portò gran bene alle popolazioni che, finalmente, usufruivano di un sistema per arginare il male.

La prima introduzione del chinino in Italia risale ai primi del ‘600. Fu importato dall’America, dove era usato da tempo, dai padri gesuiti, tanto da essere definito anche “pulvis gesuiticus”. Probabilmente fu la contessa Cinchon, moglie del vicerè del Perù la prima europea che venne curata con l’antico rimedio peruviano. Proprio in suo onore la famiglia dell’albero della china, dal quale si estrae il chinino, fu definita Cinchona. Il termine chinino deriva da una parola dell’antica lingua inca: “Quina”.

Oggi il chinino si usa ancora solo nei casi nei quali la clorochina, un farmaco più moderno, si rivela inefficace.

Il chinino è, quindi, ancora lo strumento più efficace contro la malaria dato che debella velocemente il parassita e determina lo sfebbramento. Viene somministrato per via endovenosa e agisce stimolando le cellule del pancreas.

 

Qualche anno fa un’iniziativa culturale del GAL Anglona-Monteacuto ha consentito la realizzazione di uno studio che un gruppo di giovani appositamente addestrati e capaci ha svolto presso gli archivi del territorio.

La finalità che ci si prefiggeva era quella di verificare quale fosse la consistenza documentaria che era conservata nelle diverse realtà, iniziare un primo censimento e selezionare una serie di documenti da studiare e segnalare al pubblico.

L’iniziativa si è svolta sotto la guida di docenti del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari e ha riguardato per l’Anglona i centri di Badesi, Bulzi, Castelsardo, Chiaramonti, Erula, Laerru, Martis, Nulvi, Perfugas, S. Maria Coghinas, Sedini, Tergu, Valledoria e Viddalba; per il Monteacuto, Alà dei sardi, Sardara, Berchidda, Buddusò, Ittireddu, Mores, Nughesu S. Nicolò, Oschiri, Ozieri, Pattada e Tula.

In altre occasioni abbiamo avuto modo di segnalare documenti importanti o curiosi tratti soprattutto dall’Archivio Comunale di Berchidda. In questo numero pubblichiamo il volantino dal titolo:

“Come usare il Chinino di Stato”

che circolò nel nostro territorio con la finalità di sensibilizzare le popolazioni per un uso corretto del nuovo farmaco che tanto prometteva per la cura del flagello della malaria.

 

SOCIETA’ PER GLI STUDI

DELLA MALARIA

 

BULLETTINO N.° 14

 

Come usare il

Chinino di Stato

 

1. Il vero ed unico rimedio contro le febbri di malaria è sempre, e poi sempre, il chinino.

 

2. I pregi, ormai indiscutibili, del chinino di Stato sono: Qualità ottima, purezza assoluta; il dosaggio preciso in tavolette, in confetti, cioccolatini o in fiale sterilizzate; conservazione eccellente; somministrazione facile e gradita in forma di confetti e cioccolatini; assorbimento completo sia a stomaco digiuno, sia a stomaco pieno; grande efficacia tanto per preservare, quanto per curare dalle febbri.

 

3. Si ricordi bene ch’e sempre assai più facile e assai più utile preservarsi col chinino, anziché doversi curare dalle febbri di malaria.

 

4. Per preservarsi dalle febbri, per lo più ai ragazzi e agli adulti basta prendere, da metà giugno a metà novembre, 2 confetti di chinino di Stato al giorno. I bambini prenderanno un cioccolatino al giorno.

E’ sempre meglio prender chinino preventivo ogni giorno, perché così viene perfettissimamente tollerato, e dopo i primi 3-4 giorni non dà più nemmeno ronzio agli orecchi, e dà invece forza e salute.

 

5. Se per eccezione, ad onta della cura preventiva, viene una febbre, per troncarla subito basta elevare la dose giornaliera del chinino da 2 a 6 confetti, e così proseguire a prenderne per 3-4 giorni. Per i bambini può bastare salire da 1 a 3 cioccolatini.

E’ un volgere pregiudizio credere che il chinino, se preso per prevenire le febbri,non faccia più effetto per curarle.

 

6. Per curarsi dalle febbri, 10 confetti di chinino presi durante una giornata per gli adulti, 6 per i ragazzi e 4 cioccolatini per i bambini possono bastare molte volte a troncarle.

 

Ristampato a spese dell’Azienda del Chinino di Stato