aprile 2008

a. XIV, n. 2  [78]

 

 

Vivere fino in fondo la propria vocazione [2]

 

Paolo Apeddu intervista Fra Gian Matteo Serra O. P.

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 APRILE 2008

La prima parte di questa intervista è stata pubblicata nel numero di febbraio.

(1), piazza del popolo, a. XIV, n. 2 (77)

 

Tu hai una maturità di fede che progredisce giorno per giorno, come cristiano sai che nella nostra vita dobbiamo raggiungere la santità, l’unione con Cristo. Quello che tu hai scelto, la via per la tua santità, è la vita domenicana. Questa via per te è seguire una strada con tre guide fondamentali, che tu poco fa hai citato, sono i così detti “consigli evangelici”. Castità, Povertà, Obbedienza.

Cosa vuol dire per te castità povertà, obbedienza? Alla mentalità odierna sembrano tre “mostri” che ad una persona possono sembrare di impedimento per una vita serena, un peso ulteriore rispetto a quelli che la vita da a ciascuno. Cosa significa vivere questi consigli evangelici?

Mi veniva da pensare cosa potrebbe essere vivere una vita estremamente attaccati a ciò che si possiede, estremamente attaccati o desiderosi di possedere le persone, e cosa vuol dire vivere una vita senza nessuna obbedienza, penso che una vita così non esista. Povertà, castità, obbedienza sono un mezzo, non sono un fine. Io consacrato non ho come fine quello di vivere povero, di vivere casto, di vivere obbediente.

Ho tre mezzi che mi servono per vivere libero il mio rapporto con Dio attraverso gli altri. Il voto che professiamo oralmente durante il rito è solo quello dell’obbedienza perché nella vita domenica tale voto è il più importane e che racchiude gli altri. Non è un’obbedienza cieca: ti chiedo di fare questo quindi lo devi fare! No. È un’obbedienza meditata insieme a chi ti chiede l’obbedienza, per il bene della missione che tu sei chiamato fare, spesso dolorosa. Obbedire vuol dire, ascoltare, e di conseguenza agire. Fidarsi di Dio attraverso ciò che i superiori in un modo o nell’altro ti chiedono. Questo è molto liberante. Spesso ti vengono chieste cose difficili, e bisogna porre certe incognite con un’ottica di fede.

Per me, ad esempio, i superiori, nel loro discernimento, hanno ritenuto giusto mandarmi a studiare in Svizzera, per il mio bene, per quello dell’ordine, per quello di chi domani incontrerò.

Per questo io cerco di essere docile a questo progetto, per me potrebbe essere difficile, forse io da solo non avrei mai fatto questa scelta, mi metto in un’ottica di obbedienza, di docilità e allo stesso tempo, fiducia di Dio; mi fido di Dio attraverso questo “comando” che mi è stato chiesto. Cresce la mia fiducia di Dio, e tutto ciò mi dona libertà. Non è un’obbedienza cieca ripeto, i Domenicani sono, per regola di San Domenico, i primi responsabili della propria formazione, e l’obbedienza stessa significa essere, far notare quelle che sono le perplessità, senza puntare i piedi. Voto di povertà è vivere nella sobrietà. Ringrazio Dio che i nostri conventi non sono conventi ricchi, che la maggior parte dei nostri conventi non sono di nostra proprietà ma dello Stato, e di altre Istituzioni o Enti.

L’Ordine Domenicano è costituito strettamente da frati, monache claustrali e ramo laicale, la famiglia si allarga pure alle suore. Ho conosciuto monache che vicino a Torino, all’inizio, andavano nei mercati generali, rovistando tra gli scarti per avere un po’ di frutta e di verdura. Hanno iniziato da povere, continuano a vivere da povere anche adesso che gli stand dei mercati generali portano loro le cassette di frutta in monastero.

Questo stile di sobrietà, il non vivere un attaccamento alle cose che si ricevono è vivere il voto di povertà; certo può essere difficile. Si riceve tanto perché la gente vuol bene alle persone consacrate, le persone di fede sostengono i religiosi e le religiose, sostengono i preti, per cui si riceve davvero tanto. Povertà però non significa non avere, o non sempre vuol dire questo, significa non essere attaccato a quelle ricchezze, significa essere disposti, col cuore, eventualmente a perdere tutto ciò che si ha. Povertà è vivere nella sobrietà, avere una libertà dai beni.

La castità vuol dire vivere un rapporto libero con le persone che si incontrano, cioè non voler possedere gli altri. La castità non solo quella genitale, del non avere rapporti sessuali. Si può non essere casti se si tende a possedere le persone che si incontrano. Se nella povertà si ha questo concetto, la castità significa appunto non voler possedere queste persone.

C’è una preghiera bellissima di Quast, quella del sacerdote il sabato sera, che parla di una lotta tra il voler trattenere le mani delle persone che si incontrano e il voler dire a Dio non sono le mie, quindi lasciarle andare. Vivere questa grande, anche, solitudine apparente, poi in realtà nella dimensione di preghiera si scopre di non essere soli, e avere allo stesso tempo un rapporto di non esclusività, per vivere liberamente anche dove vieni mandato, libero di essere questa pedina che va dove ti manda il Signore, la castità è costruire la propria libertà per fare ciò che il Signore ti chiede, a servizio degli altri.

In cosa consiste la “professione semplice”, perché è detta tale?

È il momento solenne pubblico in cui di fronte a Dio, di fronte alle persone che ti accolgono e nelle mani del Maestro dell’Ordine o di un suo rappresentante, si esprimono i voti; nella nostra formula vi è quello dell’obbedienza. Signore accetto di essere consacrato. Nella sua prudenza e saggezza la Chiesa ha pensato che questo debba essere un cammino graduale per cui “semplice” perché ha una validità di tre anni, a seconda delle regole, alla fine di questi tre anni si potrebbe rinnovare per un altro anno oppure per tutta la vita. Hai l’intenzione nel cuore del già per sempre. Non è: provo, se va bene, bene, se no pazienza. Si tratta di un desiderio di fedeltà che sarà per tutta la vita.

Prima dell’intervista mi dicevi che i tuoi genitori ti ripetono sempre di essere contenti se tu lo sei. Quanto la tua famiglia ha influito sulla scelta che hai fatto?

La mia famiglia è per me un grande esempio disarmante di semplicità e generosità. Quando penso alla mia famiglia, penso a una famiglia che ha abbracciato serenamente le situazioni difficili di sacrificio e allo stesso tempo è sempre stata generosa. Sicuramente questa generosità l’ho avuta come esempio dai miei nonni, soprattutto le nonne; penso a quella materna che oltre all’elevato numero dei figli ha ben pensato di adottare una signora cieca, vicina di casa, o alla nonna paterna esempio di pazienza e grande preghiera. Questi esempi di semplicità e generosità fanno crescere nel cuore uno stile di vita. Per cui il grande grazie va totalmente al Signore, i mie genitori quest’anno hanno ricordato il loro quarantesimo anniversario di matrimonio, gli ho chiamati, e mio padre mi ha detto: “Cosa vuoi, ci sopportiamo!”. È portare uno l’altra, non in senso negativo, ma il sostenersi a vicenda. Questa è la grandezza di una coppia che dopo quaranta anni sceglie di rimanere insieme. Questo per me è un grande esempio di fedeltà alla vocazione che hanno scelto. Ecco perché nella croce fatta da mio padre, quella che porto nel rosario del mio abito religioso, vi è il Cristo staccato da un rosario che loro hanno al capezzale del loro letto. Per me quel Cristo è il ricordo della fedeltà, è preghiera perenne e viva nella vita della mia famiglia, è per me segno di fedeltà. I miei genitori hanno influito nella mia quotidianità e nella libertà che mi hanno lasciato.

Rimanendo nell’ambito familiare, come leggi nella tua storia la presenza di zii missionari, padre Serra e suor Gina?

Mi sono di grande esempio entrambi e li stimo tanto. Grande esempio di gioia, di spirito di sacrificio, di fede, di generosità, di amore per i fratelli. Di pazienza nelle difficoltà e grande sostegno nella preghiera reciproca. Sono due persone che sciolgono le paure del non riuscire, penso a zio e zia come due persone “piene”, che da diversi anni hanno fatto quello che io ho vissuto il 5 settembre. In questi trent’anni arrivano a essere “pieni”. Mi raccontava zia l’ansia di tornare in missione perché la è la sua vita. E lo dice contenta. Lei quando è in missione è contenta. Ogni volta che incontro zio vedo una persona che esprime tutto il carico delle sue responsabilità (perché avere tutti i comboniani del mondo sulle spalle e le missioni, non è poco), in una gioiosa fiducia a Dio, e questo mi da la sensazione di una persona “piena”. Avere questi due esempi mi rasserena molto, e se questa è la vita che molti giovani dicono: “tu sei pazzo, chi te lo fa fare?”, dico: vedete la loro gioia? Siamo pazzi se non seguiamo la contentezza di cui abbiamo bisogno. Non voglio dire che tutti dobbiamo diventare preti, suore e missionari, significa che bisogna avere il coraggio di rischiare e avere uno spirito di sacrificio per essere contenti. Oggi molte scelte, anche matrimoniali, sono fatte più per compromesso, per abitudine o per paura. Queste sono scelte balorde, non sono scelte fatte per essere contenti. Si ha paura del sacrifico, ma i nostri genitori, i nostri nonni gli hanno sempre fatti e se tu chiedi a una mamma se rifarebbe questi sacrifici per i figli, dice di si o la maggior parte delle mamme dovrebbe. I sacrifici fanno parte della vita, le rinunce fanno parte della vita. Ognuno nella sua vocazione ha delle rinunce da fare, è normale ci siano. I miei zii sono esempi di persone gioiose che cercano di vivere pienamente la loro vocazione. Siccome la mia è una strada simile alla loro, mi danno molta serenità. È come un proiettare la mia vita: voglio essere così. Molti santi hanno sofferto tanto, eppure erano persone serene, contente.

Ora che stai per partire in Svizzera, per gli studi filosofici e teologici e proseguire nella vita religiosa iniziata, cosa vorresti dire al tuo paese di origine.

Ogni partenza è sempre dolorosa, gli ultimi miei cinque anni sono stati di arrivi e partenze. Partenza da Roma per Vicenza, da Vicenza per Siena, da Siena per Chieri, da Chieri per Friburgo, cinque anni cinque cambi. Cinque periodi di tempo durante i quali ti affezioni a delle persone e in cui per vivere la tua vocazione scegli di non volerle possedere, in queste città ho lasciato tante persone care, così come lascio tante persone care in questo paese, la mia famiglia, la parrocchia, chi conosco, ci si ricorda sempre del punto da dove si è partiti. Berchidda è quella casa da cui sono partito, è quel luogo dove il Signore mi ha fatto nascere e ha quel qualcosa di unico che gli altri posti non hanno, non è tanto la bellezza esteriore, nulla di tutto quello che si possa ipotizzare, ma quel luogo in cui io mi sento di dover ringraziare Dio per il dono della vita. Il luogo dove sono stato battezzato, dove ho ricevuto la prima volta l’Eucaristia, dove ho ricevuto la cresima, il luogo dove i miei genitori e mio fratello si sono sposati. Il luogo dove Dio è entrato nella mia storia e la mia storia Lui l’ha fatta iniziare qui. Dico ai berchiddesi e chiedo loro di sostenermi nella preghiera come io mi ricordo di loro. Frate vuol dire fratello, io sono con loro e loro con me.

Più direttamente ai nostri coetanei, ai ragazzi e alle ragazze del nostro paese, non avendo la possibilità di farlo personalmente, a ognuno di loro cosa vorresti dire come fratello maggiore, per la loro vita?

Ho avuto la sensazione di incontrare molti ragazzi tristi, profondamente tristi. Non che non ridano, che non scherzino, ma “tristi”. Per cui ciò che mi sento di dire loro è che ho trovato una grande gioia nella fede. Continuando a fare quello che ognuno di loro fa, potrei chiedere di provare a scommettere (anche) su Dio. Abbiamo esempi di persone, sposate e non , preti e non, contenti, sono contenti e dicono di esserlo perché hanno incontrato Dio. Perché non provarci? È un’opportunità che non toglie niente, al limite dà e mi sento di dire che io, nel mio rapporto con il Signore, ho costruito nella mia vita una grande gioia, una grande pienezza, credo ne valga la pena rischiare, bisogna lavorare, avere fiducia in qualcuno che ti guidi, crescere in un rapporto serio con Dio e abbracciare le situazioni di difficoltà con un pizzico di energia in più. Sono un po’ preoccupato per certe situazioni giovanili, di sbando, che ci sono in paese. In questo anno di noviziato andavo a fare apostolato in una comunità di ex tossico dipendenti ed ex carcerati. Credo di non aver mai visto un’espressione di carità così forte come quella del frate che seguiva questa comunità e diceva loro: “ non vi rendete conto che quello che siete è solo spazzatura perché nelle vostre vene scorre solo spazzatura?!” uso questa espressione perché la sua era più forte, come quella paolina. In quella comunità ho visto cosa la droga fa sulle persone, e molte cose me le dicono loro stessi, persone che continuano a farlo, persone che cercano di smettere, persone che hanno smesso. Dietro c’erano problemi che hanno provato ad affrontare con lo sballo, pensando di risolverli. Se per risolvere qualcosa occorrono degli strumenti e questi non si trovano, forse è il caso di farsi aiutare da altri, sono soluzioni altrimenti che non portano da nessuna parte se non alla rovina. Ai giovai del nostro paese che vivono nella difficoltà, che non sono contenti, sono sfiduciati, dico di non farsi fregare da tutte queste robe, perché superficialmente sembra che ti stiano aiutando a risolvere tutto, ma sono delle illusioni che costano, e il conto lo presentano molto salato. Credo faccia molto bene sporcarsi le mani, incontrare le situazioni di dolore, malati terminali, barboni, carcerati, ci aiutano a capire tante cose. Ti fanno cadere molti pregiudizi, ti fanno viverre più da vicino il dolore, ti educano, ho imparato tante cose da queste persone, mi hanno aiutato a capire le persone che incontro, capire le loro difficoltà, e questo lo si può fare entrando a contatto con i più bisognosi.

Per finire, solitamente in ogni sacerdote e in ogni religioso e in molti laici c’ è un particolare passo della Scrittura che li accompagna. Qual è per te il passo biblico che ti è di faro nella vita?

È il salmo 130, in particolare il versetto 2, “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia”. Ho iniziato l’intervista dicendo che la mia vocazione è stata un forte abbraccio, tutta la mia vita, le mie scelte, le difficoltà, le gioie sono un cercare di ricordare questo affetto di Dio per me. È una certezza, sono un bambino svezzato, quasi autonomo, in braccio a sua madre. Sono una persona in una situazione di sicurezza, se Dio mi è padre e madre, i genitori al proprio figlio danno tanto e io sono sicuro che Dio mi ha dato, mi da e mi darà tanto.

 

Ringraziando il carissimo Gian Matteo per la condivisone fatta, gli auguriamo come comunità, di proseguire sempre con tanto entusiasmo e affidamento al Signore, il cammino che ha intrapreso, assicurandogli le nostre preghiere chiediamo che anche lui si ricordi di noi. La sua testimonianza possa essere motivo di riflessione sia per i giovani che con timore e sfiducia si affacciano al “mondo”, sia per tutti gli adulti che pur avendo fatto già delle scelte definitive, spesso si trovano a vivere delle contraddizioni personali e sociali, perché la sicurezza di affrontare la vita, con le sue gioie e le sue sofferenze, in “braccio al Signore”, non sia una mera devozione personale ma esperienza forte di fede.