febbraio 2008

a. XIV, n. 1  [77]

 

 

Vivere fino in fondo la propria vocazione

 

Paolo Apeddu intervista Fra Gian Matteo Serra O. P.

torna a

 FEBBRAIO 2008

Come nei pellegrinaggi di una volta, ma con l’agiatezza offerta dagli odierni mezzi, un nutrito gruppo di berchiddesi si è recato a Roma lo scorso 5 settembre per assistere alla “professione semplice” di un nostro concittadino, Gian Matteo Serra.

Così con i suoi familiari e tanti amici lì convenuti, nella chiesa di Santa Maria a due passi dalla Basilica di San Pietro, un edificio stupendo, in stile gotico, abbiamo preso parte, con non poca commozione, alla Celebrazione Eucaristica.

Durante la funzione Gian Matteo ha promesso di vivere castamente, in povertà, obbedendo ai suoi superiori, per i prossimi tre anni, secondo la regola di San Domenico. Al rientro a Berchidda, qualche giorno dopo, ho chiesto al nuovo religioso, che si aggiunge alla lista dei berchiddesi consacratisi al Signore, di parlarci un po’ della sua scelta.

 

Il cinque settembre di quest’anno hai fatto la professione semplice nei frati dell’Ordine dei Predicatori, meglio noti come Domenicani; ovviamente questa tua professione non nasce dal nulla ma c’è una lunga riflessione dietro. Quando hai conosciuto la Famiglia Domenicana?

Non conoscevo direttamente i Domenicani, a parte qualche figura di santo, come Santa Caterina da Siena. Oggi è avvenuto tramite l’incontro con un frate domenicano, durante il Sacramento della Riconciliazione; in un momento difficile per tutta la mia vita, sono capitato in un confessionale piuttosto che in un altro.

Ho avuto un forte momento di incontro con il Signore, un incontro serio. Nella difficoltà sentivo l’esigenza di parlare con qualcuno. Una domenica mattina ho camminato per Roma alla ricerca di un prete, nella basilica di santa Maria Maggiore, entro in un confessionale, mi sono aperto a questo sacerdote che avevo davanti esprimendo il momento che vivevo della mia vita, con molta libertà.

È stata un’esperienza molto forte, uno dei memoriali più importanti del mio cammino di fede, la descrivo come un abbraccio, avevo bisogno che qualcuno mi abbracciasse, e lo avevo trovato. Allo stesso tempo, alla fine mi sono detto: voglio essere quello che questo frate è stato per me. È stata un’esperienza così bella, così intensa, così gioiosa che ho detto: è un regalo tanto bello che mi piacerebbe essere lo strumento per dare questo regalo anche ad altri; quella persona attraverso la quale il Signore mi aveva donato l’abbraccio, era un frate domenicano.

Con questo frate ci siamo incontrati in un momento successivo e gli ho chiesto di poter fare un percorso di direzione spirituale. Così ho iniziato a frequentarlo con una certa assiduità, facendo un cammino serio di discernimento. A lui ho confidato gradualmente quello che avevo vissuto in quell’esperienza, qualcosa di profondo e intimo, e il Signore facendomi un regalo così bello, mi chiedeva di fare lo stesso per gli altri. Il frate mi ha dato da leggere un libro sulla vita domenicana, ha lasciato che il mio cammino continuasse e che io facessi tutto il resto.

 

Facendo riferimento al sacramento della riconciliazione, hai detto che è stato uno dei memoriali tra i più importanti nella tua vita spirituale perché con questo abbraccio ti è stata data la possibilità di conoscere il vero Dio.

Facendo un passo a ritroso, tu in quel frangente di vita vivevi già un’esperienza spirituale e di vita religiosa, vivevi in una comunità paolina; ora, non si fanno paragoni con le comunità religiose e con le congregazioni, ognuna ha il suo carisma che arricchisce la Chiesa, però, dovendo fare un bilancio, una scelta come hai fatto, cosa della famiglia paolina, con il carisma del fondatore il Beato don Alberione, ti colpiva allora e perché hai scelto il carisma domenicano?

Quando ho incontrato la famiglia paolina ero alla ricerca della mia vocazione, ho lasciato la mia ragazza con l’idea di diventare prete. Il Signore ha voluto che io conoscessi per primo i sacerdoti paolini; non avevo la finezza di capire bene cosa fosse una comunità religiosa e la vocazione sacerdotale. Avevo idea di voler servire il Signore in qualche modo, così l’approccio con la famiglia paolina è stato quello di vivere questo mio desiderio: vorrei essere prete! Dopo poco tempo ho iniziato a capire il carisma della famiglia paolina, annunciare Cristo agli uomini di oggi, con i mezzi di comunicazione sociale, per cui un carisma molto specifico. Il punto sta nel fatto che unendo la missione specifica, e mi chiedevo se riuscissi a trovare un compromesso tra l’annuncio del Vangelo attraverso questi mezzi, ed essere più a contatto con la gente fosse compatibile, dovevo trovare un compromesso o rischiavo di non trovarmi al mio posto. In questo periodo di riflessione ho incontrato i domenicani. Siccome tra domenicani e paolini vi è molta somiglianza di carismi (non dimentichiamo che pure lo stesso don Alberione era terziario domenicano) l’annunciare Cristo senza vincolo delle comunicazioni sociali era il mio desiderio, e siccome nel mio incontro l’annunciare Cristo era passato attraverso il mistero della riconciliazione; e poi pian piano ho iniziato a conoscere espressioni della vita domenicana, come quella di Santa Caterina da Siena, del Beato Angelico, di Giorgio la Pira, persone che hanno sposato il carisma di San Domenico, cioè quello della ricerca della Verità in funzione della predicazione, attraverso la sensibilità che ognuno aveva, c’era la suora, c’era il pittore, c’era il sindaco, lo scrittore, il professore, un semplice frate di pastorale universitaria, questa libertà di vivere la dimensione domenicana seguendo le proprie potenzialità mi ha affascinato fin dal’inizio e lì ho iniziato a capire che era la mia strada. Qui troverò il mio posto.

Durante la conoscenza del carisma paolino ho avuto il coraggio di dire che la mia strada sarebbe stata quella della consacrazione, il passaggio è stato una vocazione nella vocazione. Capire che cosa avrei potuto fare e quale il mio posto.

 

Come sicuramente ti avranno già chiesto, nella semplicità, e nella profondità della domanda della gente quando si trova di fronte a persone che hanno fato scelte radicali.

Quando hai sentito la vocazione? Quando hai capito, ti sei accorto, che il rapporto con la tua ragazza, con cui facevi pure un cammino di fede, non era più l’ideale, ma il Signore ti chiedeva di donarti per una universalità del genere umano e non solo per una persona?

Le cose sono successe molto in fretta. Quando ho iniziato a pensare all’ipotesi che forse potevo diventare prete, il consiglio che mi è stato dato è: pregaci! Così ho iniziato a farlo, forse con una certa incoscienza. Liberamente dicevo al Signore: fammi luce, dammi lo Spirito del discernimento; senza neanche capire cosa stessi chiedendo realmente.

Poi è successo che in un momento di crisi che attraversavamo con la mia ragazza, in una discussione le dissi che forse il motivo era il fatto che sentivo di voler diventare prete. Da qual momento ho chiesto a lei un momento per riflettere, capire. Non c’è stata una cosa premeditata, il Signore ha scelto un momento piuttosto che un altro e quindi… sono partito.

Col tempo ho capito che la mia era un’esigenza di libertà. Sentivo il desiderio di stare con gli altri in modo diverso. Stando con una ragazza non avevo questa libertà perché, giustamente, avrei dovuto dedicarle maggiori attenzioni. Vivere nel matrimonio significa cercare Dio nell’altro e con l’altro. Vivere da consacrati significa cercare Dio negli altri e con gli altri. Questa esclusività, davanti al desiderio di donarmi per la gioia degli altri, doveva essere superata. Questo è stato il momento in cui ho capito che questa sete di libertà avrebbe trovato pace nel momento in cui avrei intrapreso questo cammino.

La vocazione è un seme che il Signore mette nel tuo cuore e pian piano tu devi assecondarlo. Ci sono dei momenti che richiedono un certa dose di coraggio. Mi colpiva molto negli ultimi esercizi spirituali, in preparazione al rito della professione semplice, quello che diceva il predicatore, meditando sul brano di Matteo 9,38 “Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe”.

Non si prega perché mandi soltanto preti, religiosi, suore…, si prega come comunità perché ognuno scopra la propria vocazione e abbia il coraggio di viverla fino in fondo. Per cui si prega per gli sposi perché riconoscano, come tali, di essere missionari della famiglia e coraggiosi testimoni del loro matrimonio; si prega per un giovane che inizia a sentire che, forse, la sua strada potrebbe essere quella della consacrazione, abbia il coraggio di mettersi in gioco; non si prega che il Signore mandi le vocazioni dal cielo, si prega perché ognuno scopra la propria vocazione e la viva fino in fondo. Nel mio caso il Signore mi ha dato la grazia di scoprirla.

 

Hai usato spesso il termine di consacrazione, consacrarsi, cosa vuol dire oggi per un ragazzo di 27 anni dire: mi sono consacrato al Signore?

È il Signore che consacra. Accettare la sua consacrazione vuol dire chiedere a Dio che ti usi per fare quello che lui vuole. Vuol dire imparare a tenersi un po’ meno per se, e donare un po’ più per gli altri. Santa Caterina da Siena diceva che Dio di noi non se ne fa nulla, delle nostre preghiere, perché a lui non manca nulla, ha fatto in modo che le persone ci stiano a fianco e noi amando loro impariamo ad amare Lui. Per cui ecco: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40). Essere consacrati vuol dire non appartenersi più. Sarà Dio a chiedere la fedeltà di servire le persone che mi mette vicino, di non rincorrere manie di grandezza, posti di carriera, necessari in una vita sociale, ma avere un occhio di riguardo verso le persone che Egli mi pone a fianco. Vivere il voto di castità, povertà e obbedienza è questo.

I Domenicani professano, durante il rito, solo il voto di obbedienza, però esprimono anche gli altri inseriti uno nell’altro. Chiedere la fedeltà di servire gli altri, il dono di essere libero per servire gli altri.

L’età. I 27 anni. Io sono contento! Ho 27 anni, il Signore mi ha fatto questo dono, se non fossi una persona contenta mi chiederei se questa è eventualmente la mia strada oppure il Signore mi chiede altro, per cui il campanello interiore è la serenità interiore, che non vuol dire l’assenza di difficoltà, anzi, ma viverle con una sorta di coraggio. Avere una giovane età significa avere una potenza di entusiasmo canalizzata tutto in questo. Così come un giovane in un rapporto con la propria fidanzata ha una potenza che non ha forse una coppia sposata da cinquant’anni, un giovane consacrato, ha la forza di volontà, l’entusiasmo, nei confronti del Signore, come quella di un giovane della mia età; contento per la scelta fatta e della vita che vivo. La volontà di Dio non è altro che la nostra serenità, la nostra contentezza, la nostra salvezza. La vita è il nostro essere vicini agli altri. È verificare se sono contento o no.

 

Nel prossimo numero

la conclusione

dell’intervista