dicembre 2006

a. XII, n. 6  [69]

 

 

Il fico d'India

 

di Giuseppe Vargiu

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 DICEMBRE 2006

Un’altra pianta tipica delle regioni che si affacciano sul Mediterraneo e, prospera un po’ dovunque anche in Sardegna.

Proveniente dalle Americhe, deve il suo nome al fatto che, all’indomani della scoperta del nuovo continente quelle terre vennero chiamate Indie, poiché Colombo e gli Spagnoli, che finanziarono il viaggio, credevano di aver scoperto una nuova via per raggiungere l’Oriente.

nome scientifico è Opuntia Ficus Indica, appartenente alla famiglia delle Cactaceae. Nella nostra isola è chiamato figu d'India, ficu d'India, figga d'India, figa d'India (Alghero) figo morisca, figu morisca, figu muriska, fìcu muriscu, figu moro, figu ‘e moro.

E' una classica pianta del paesaggio mediterraneo, originaria dal Messico, ove veniva coltivata già in epoca pre-colombiana, e dalle regioni aride dell'America centro meridionale, ove il clima è secco ed assolato. Qui la conobbero i conquistatori spagnoli che la introdussero in Europa ed Africa, agli inizi del '500, al ritorno da quelle che credevano le Indie occidentali. Furono appunto gli Spagnoli a dare il nome fico d'India, attribuito alla pianta, imitando così Cristoforo Colombo, che confuse l'America Centrale con le Indie occidentali. Così da allora il fico d'India continua a conservare il nome scaturito da un enorme equivoco geografico.

Si tratta di un cactus a portamento arbustivo, dalle bacche deliziose, una pungente dolcezza, che cresce facilmente ovunque, anche nelle pendici più scoscese, in luoghi impervi, nelle zone più aride battute dal sole. Questo frutto, sotto la buccia coriacea e spinosa, contiene una polpa zuccherina che, soprattutto in passato, ha costituito una notevole riserva alimentare sia per i contadini e pastori che per il loro bestiame; infatti, durante i lunghi periodi di "magra" ,come durante le due guerre mondiali, oltre al frutto, la buccia, accuratamente privata delle insidiose spine, impanata e successivamente fritta, veniva mangiata come una cotoletta vegetale.

La pianta, che ha una base legnosa, che con il passare degli anni, diventa cilindrica, è una pianta grassa, arborescente, che può raggiungere anche un'altezza di tre metri, caratterizzata da alcune peculiarità riguardanti il fusto ed i rami carnosi che fungono da serbatoio, immagazzinando notevoli quantità di acqua, che permette alla pianta di crescere in luoghi più aridi come zone rocciose e di sopportare senza danno lunghi periodi di siccità; inoltre i fusti ed i rami si presentano verdi ed appiattiti come grandi foglie. Quest'ultima caratteristica è tipica delle piante in cui le foglie vere e proprie mancano o si sono trasformate in organi di difesa spinosi per tenere lontani gli erbivori. Le pale dei fichi d'India, cladodi, appiattite con ciuffi di spine giallastre sottili ed irritanti, che in Sardegna vengono erroneamente chiamate "fozzas" sono dei veri e propri rami e non foglie, come molti erroneamente credono. I rami della pianta si chiamano fillocradi, termine che deriva dal greco phyllon, foglia e clados , ramo.

Nella tarda primavera, sul margine superiore dei cladodi spuntano grandi fiori, molto belli, di colore giallo brillante, che offrono uno spettacolo di suggestiva bellezza. Questi fiori, melliferi, possiedono un polline entmofilo tra i più grandi in assoluto con oltre 180 mm. di grandezza, a forma ellissoidale con una superficie reticolare moriforme, con numerosi pori, ognuno dei quali di oltre 25 mm. di diametro. Considerata questa peculiarità, la loro diffusione appare assolutamente improbabile. Da questi si sviluppano, in estate, i frutti che sono grandi bacche, ovoidi, troncate ed ombelicale all'apice, che presentano sulla superficie esterna piccoli insidiosi ciuffi aculei. La loro polpa mucillaginosa è molto dolce e contiene numerosi semini dal gusto osseo.

Il fico d'India può fare a meno di tutto ciò che per le altre piante è assolutamente indispensabile come terreno fertile ed acqua, e non richiede alcuna cura per sopravvivere, tanto che può rimanere a lungo in siccità, mentre non riesce a sopportare il freddo rigido.

La pianta si moltiplica con estrema facilità: basta che, durante l'estate, si pianti nel terreno uno dei suoi cladodi. Nella nostra isola costituiscono una presenza costante e fanno parte integrale del paesaggio e si ritrovano ovunque essendo adattissime a formare siepi di recinzione pressoché impenetrabili per vigneti, orti, viottoli di campagna, vigne, frutteti, cortili, in prossimità di vecchi casolari e "pinnette", costituendo uno dei simboli della nostra isola.

Le varietà si distinguono dal colore della buccia, della polpa, che vanno dal giallo, che è la qualità migliore e più diffusa, al rosso con molte sfumature intermedie.

Ricco di mucillagini, è un frutto nutriente, povero di calorie (solo 43 ogni 100 gr.), dolce e profumato. Bisogna solo stare attenti a non fare "scorpacciate" del frutto perché può provocare stipsi. Tra le antiche usanze isolane ricordiamo un rito di sapore pagano che veniva celebrato in certe zone dell'interno, in occasione della visita di leva dei giovani del paese. In tale occasione, veniva dato fuoco ad una grande quercia, dando il via ad una festa in onore dei proscritti, ricollegabile al "rito della virilità", coi cui le giovani del paese offrivano ai parenti dolci allestiti con sapa di fico d'India, innaffiati da abbondanti libagioni di liquore di fico d'India, accompagnate da danze sfrenate per festeggiare la trasformazione "dei giovani in uomini".

Il frutto, usato in farmacopea, nell'industria liquoristica ed in pasticceria, contiene vitamina C, aminoacidi, mucillagini e dalla sua polpa, tramite un processo di fermentazione degli zuccheri semplici presenti in grande quantità, si ricavano alcool, liquore, mostarde, marmellate e sapa, molto usata nelle numerose ricette sarde, mentre le pale vengono usate come mangime, soprattutto per le bestie: in particolare per i maiali.

In Sicilia da anni viene attuata una coltivazione intensiva, soprattutto nell'entroterra catanese, da cui i frutti partono per tutto il mondo. Si pratica addirittura una tecnica detta "scozzolatura", che consiste nell'asportazione dei fiori in primavera per poi ottenere in autunno, nel periodo delle piogge, frutti più grandi e saporiti.

Anche in Sardegna, da poco, come abbiamo potuto leggere su "La Nuova”, nel golfo di Orosei, in località "Su katreazu", è stata impiantata un'azienda agricola per la coltivazione intensiva e lo sfruttamento industriale di questo frutto.

Dal punto di vista strettamente allergologico, allergeni sono presenti sulla polpa e sui semi, che possono provocare S.A.O (sindrome allergica orale) e gastrointestinale.