dicembre 2006

a. XII, n. 6  [69]

 

 

Il mago della luce

 

di Maddalena Corrias

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 DICEMBRE 2006

Un ricordo personalissimo di Tore Pigozzi, vicino di casa, che ho sempre stimato sul piano umano e professionale.

 

Dopo breve stagione

ci stacchiamo dall’albero della vita

ma nuove foglie s’aprono sui rami

e colmano di sé la nostra assenza.

 

A. Fiorio da "Come mare e riva"

 

Sono ritornata a Berchidda sabato 18 novembre, dopo un periodo di assenza, ed ho saputo: non sei più fra noi.

Ho chiesto spesso di te, ho condiviso la tua sofferenza, i tuoi perché, le tue paure, quando “l’intruso” si è tenacemente impadronito del tuo essere fragile uomo.

Ti sono stata vicina col pensiero, sempre, forse perché anch’io mi ritrovo a percorrere un cammino non facile e di cui ignoro la meta.

Oggi mi sorprendo a ricordare l’ultima volta che ti ho incontrato per strada e ci siamo augurati una vita nuova perché avevamo entrambi lasciato il lavoro.

Eravamo “pensionati” dopo lunghi anni di servizio. Lunghi soprattutto i tuoi, che hai iniziato ancora adolescente, ma senza rimpianti, come mi è sembrato di capire dai discorsi fatti durante l’esperienza di lavoro che ci hanno visto vicini.

Ricordi? Ricordi quante volte abbiamo condiviso momenti di fatica per l’attività teatrale della scuola?

Tu eri sempre pronto a darci una mano. Facevi l’elettricista per noi. Improvvisavi colori, luci, sfumature, penombre, baleni, col povero materiale che i magri bilanci scolastici potevano offrire. Talvolta i ragazzi ti aiutavano; spesso scherzavano con te, tu con loro. Ricordo che, a lavoro finito, ti guardavano ammirati, stupiti per quanto le tue mani riuscivano a creare. Per i più ingenui eri il mago della luce, “Pigozzi il mago”; per gli altri un indispensabile tecnico della luce. Stavi bene con noi.

Per te quei momenti rappresentavano uno stacco salutare al solito tran-tran quotidiano, anche perché i ragazzi avevano il potere, pur con la loro irrequietezza, di regalarci un’energica sferzata di vitalità.

Ricordo che talvolta, durante le prove, ti commuovevi davanti alla bravura dei piccoli attori, ma per il tuo essere schivo e quasi geloso delle tue emozioni scacciavi con un moto improvviso il luccichio degli occhi, e il viso si apriva a un largo sorriso.

Forse invidiavi il loro essere spensierati, fortunati nel vivere una stagione diversa da quella da te vissuta. Alla loro età – mi raccontavi – lavoravi già col tuo maestro, zio Nino Grixoni, del quale conservavi un ricordo carico di stima e ammirazione.

Mi piace pensarti così, sul lavoro che ha accompagnato la tua vita; mi piace ricordarti sorridente e leggero quando, di buon mattino, eri la prima persona che incontravo in via Pietro Casu.

Ora so che tutto andrà avanti, con i suoi ritmi e le sue eterne vicende.

Spero di cuore che il tuo non essere più qui tra noi non si trasformi, come spesso accade, in tranquilla indifferenza.