agosto 2006

a. XII, n. 4  [67]

 

 

L'elicriso

di Giuseppe Vargiu

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 AGOSTO 2006

Una pianta tipica della Sardegna, poco conosciuta, nonostante caratteristiche molto apprezzabili in svariati campi: non ultimo quello erboristico.

I monaci di Montecassino confezionano ancora oggi, secondo una ricetta millenaria, un unguento a base di elicriso utile, tra l’altro, per contrastare una malattia dermatologica assai diffusa e difficilmente curabile come la psoriasi.

 

Tra le varie essenze stagionali vogliamo ricordare una pianta che fa parte della tradizione popolare sarda, l’Elicriso, dal nome scientifico Helichrysum Italico, volgarmente chiamato canapicchia, semprevivo, zolfino, perpetuino, tignamica, fiore eterno, sempiterno, perpetuino giallo, appartenente alla famiglia delle Composite-Asteracee. L'etimologia della parola Elicriso deriva dai vocaboli greci Elios = sole e Crusòs = oro, sole ed oro, per indicare la forma ed il colore dei capolini; Italicum significa dell'Italia.

In sardo è conosciuto con una lunga serie di appellativi: uscradinu, che significa erba che brucia, infatti veniva usata per uscrare il maiale, cioè bruciare le setole, una vecchia usanza sarda, soprattutto dell'interno, che rappresentava un vero e proprio rito sacrale, per sacrificare i maiali della montagna.

L'elicriso svolgeva una parte preminente nella preparazione della carne, perché i magroni di montagna, soprattutto nelle annate siccitose, si cibavano delle radici dell'elicriso che donavano alla carne un particolare sapore che si ritrova solo in questi animali, cresciuti allo stato brado nei pascoli intonsi montani e collinari.

L'elicriso, con il suo odore un po' acre ed un po’ dolciastro, riusciva a trasmettere un buon caratteristico gusto alla carne ed ai prosciutti. Anche a questa consuetudine sono ricollegate delle vecchie usanze come quella che (Incombenza di procurare s'erba uscradina) era una mansione esclusivamente riservata ai bambini ed ai ragazzi, che raccoglievano delle enormi fascine della pianta che, poi, accatastavano nella piazza del paese ove doveva svolgersi il rito dell'uccisione.

Agli adulti spettava invece appiccare il fuoco e successivamente procedere ad uskrare (da uskratina, uskradinu, usadina) abbruciacchiare con i rami della pianta ricchi di oli essenziali, le setole del maiale che infine sarebbe stato "raschiato" con le apposite "leppe", stando bene attenti a non intaccare la carne, soprattutto nelle zone dei prosciutti e delle spalle.

Altro appellativo di questa erba è alluefogu, accendi fuoco, perché dai pastori era impiegata come esca per il fuoco. Viene chiamata anche buredda, mortiddus, derivato da mortu, mortuus, perché la pianta si conserva inalterata anche dopo l'essiccamento ed anche perché, sin dai tempi più remoti, veniva usata per ornare le tombe e per confezionare corone funebri.

L'elicriso è da sempre stato ricollegato alle funzioni sacre tento che i sacerdoti greci e romani usavano dei mazzolini di questa pianta, per incoronare le statua degli Dei. L'appellativo "frore di Santa Maria" fiore di Santa Maria, è dovuto al fatto che i suoi spendenti corimbi, come l'oro, non soggetti ad imputridire, erano particolarmente adatti alla confezione di ghirlande per onorare la madonna ed, inoltre, perché, come leggiamo nella storia della medicina, già dai tempi di Plinio e Dioscoride, sino quasi al XVIII secolo, era utilizzato dalle donne per regolare il flusso mestruale.

Il nome scova de Santa Maria si ricollega invece al fatto che l'elicriso era adoperato per confezionare scope atte ad allontanare insetti, tignole e blatte dalle case, mentre munteddas, monteddas, fasce per bambini perché secondo un'antica leggenda, l'odore aromatico della pianta sarebbe scaturito in modo miracoloso al momento in cui la Madonna stese, sopra un cespuglio di elicriso, i panni del Bambin Gesù.

La definizione erva o frore de Santu Juvanne deriva dal fatto che veniva bruciata in falò agli usci delle case in onore della festa di San Giovanni. Altri nomi sono murgeus, scaviccìu, catecasu, simu.

L'elicriso, tra le Composite della flora aromatica prettamente italiana e mediterranea, è diffuso principalmente in Sardegna ove è presente anche con alcuni endemismi. Nella nostra isola si ritrova dal mare sino alla montagna, ove crescono due endemismi: l'elicriso de Monte Linos, specie esclusiva delle zone più elevate della Sardegna, e la specie Helichrysum Saxatìle, presente nelle regioni calcaree della Sardegna centrale. L'elicriso si ritrova abbondante in località sa casa, tra Aritzo, Meana, Laconi e Gadoni, ove, intrecciato con il timo, "forma un manto profumato dall'odore intenso".

Secondo una vecchia tradizione, chi passa il valico di sa casa deve cogliere un mazzo di elicriso e di timo. In Barbagia, entrambe le essenze vengono chiamate nuscadore cioè erba che odora e profuma di buono. Si tratta di una pianta perenne che cresce allo stato spontaneo anche lungo le coste marine assolate; ha fiori superbi, profumati, molto aromatici, che conservano il profumo anche quando sono essiccati.

L'elicriso contiene l’elicrisene, una sostanza aromatica, un olio essenziale, pinene, eugenolo, linaiolo, acido caffeico e flavonoidi.

La pianta, detta "erba delle meraviglie", veniva usata sin da epoca remota per la sua azione afrodisiaca; era ben conosciuta sin dai tempi più remoti, soprattutto dalle popolazioni della nostra isola. Attualmente è ancora usata in cosmetologia, per le pelli delicate ed irritate, e si ritrova in molti preparati e dentifrici.

L'elicriso si può considerare, almeno per quanto riguarda la nostra isola, una pianta assolutamente trascurata e sconosciuta come essenza medicale; non è stata mai opportunamente valorizzata nonostante il nostro elicriso sia il migliore e cresca con estrema facilità; inoltre, non ha mai goduto di alcuna tutela, essendo soggetta ad un continuo vandalico saccheggio che potrebbe anche pregiudicare la sua sopravvivenza, anche perché il suo profumo rappresenta una delle note basi dell'odore caratteristico della terra sarda.