agosto 2006

a. XII, n. 4  [67]

 

 

La dissoluzione della Jugoslavia

Una guerra partita da lontano [2]

di Roberto Modde

torna a

 AGOSTO 2006

(1), piazza del popolo, a. XII, n. 3 (66)

 

Il tema, introdotto nel numero di giugno, viene approfondito con un’analisi di diversi termini che hanno a che fare con la difficile realtà che si vuole descrivere.

Seguiamo ancora la testimonianza diretta di chi ha svolto un delicato compito in quella vicina regione europea.

 

Le armi

All’inizio dell’assedio i Serbi avevano circondato Sarajevo con circa 260 carri armati, 120 mortai, lanciarazzi, sistemi per la contraerea posizionato cecchini e mitragliatrici. Prima che i difensori di Sarajevo venissero riforniti di armi, per poter combattere produssero armi artigianali, fucili fatti con i tubi del gas, archi e frecce con punte esplosive, bottiglie riempite con i più svariati generi di liquidi infiammabili, che venivano lanciate con altri fucili artigianali.

Proiettili di mortaio da 82, 120 e di artiglieria da 150 e 250 millimetri cadevano sulla città. I primi furono utilizzati nella strage del mercato ed in quella di via Vase Miskina. I calibri più grandi, spesso incendiari, furono utilizzati per la distruzione di edifici importanti.

Missili guidati del tipo Maljutka, nonché granate corazzate, che potevano penetrare diverse pareti prima di esplodere, furono utilizzate per il medesimo scopo.

Artiglieria antiaerea e mitragliatrici venivano usati per il tiro casuale Le bombe modificate, chiamate “sows” (scrofe) raggiungevano il maggior effetto distruttivo ed erano lanciate da macchinari appositamente costruiti. I proiettili, a meno che non fossero corazzati, esplodevano al primo contatto.

Quando pioveva, una macchia bagnata sul soffitto indicava la presenza di una bomba inesplosa (un “alien”) sull’attico. Lo scoppio di una granata produceva schegge.

A Sarajevo forse non esiste un palazzo che non abbia “segni” provocati da schegge. Il segno lasciato dallo scoppio di una granata veniva chiamato “rosa”.

Nel periodo in cui venivano utilizzati maggiormente le granate da 120 mm il bollettino cittadino in segno di sfida recava il titolo “120 mm non è molto”, firmato: Cicciolina.

 

I cecchini

All’inizio dell’assedio, l’esercito Jugoslavo e gli estremisti serbi avevano posizionato i loro cecchini in cima ai palazzi e nelle caserme della città per far fuoco sui cittadini. Perfino quando hanno abbandonato la città, la distanza fra le strade e colline del territorio occupato è stata sufficiente per far fuoco con le armi semiautomatiche prodotte per l’esercito Jugoslavo.

Nel solo 1995 sono rimaste ferite 1.030 e uccise 225 persone di cui 60 bambini.

In alcuni giornali Europei si parlava di “turismo di guerra” incluso il tiro contro i cittadini di Sarajevo. Lo scrittore russo Limonov fu fotografato mentre si concedeva a questo “piacevole” sport.

Ogni area della città era una zona pericolosa. In ogni momento, da qualunque posto delle montagne che circondavano la città, i cecchini potevano raggiungere ogni obiettivo. Per questo motivo le zone più pericolose erano quelle direttamente sulla linea del fronte. I ponti, le strade e i prati erano esposti alle montagne. Nei posti dove la possibilità di essere colpiti era elevata il pericolo diminuiva se uno correva veloce. Tali posti sembravano meno terribili di quelli dove non si era mai sicuri se andare veloce o piano perché le granate potevano cadere addosso o sulla strada percorsa. Le segnalazioni “zona pericolosa” o “attenzione cecchino” come i cartelli segnaletici erano scritte semplicemente su vario materiale: un pezzo di plastica, sui muri, sugli alberi, su pezzi di cartone o su un pezzo di legno.

 

La casa di riposo

A causa dei proiettili infiammabili, gli anziani e gli studenti internazionali che abitavano nella casa multicolore costruita poco prima della guerra, furono evacuati.

Lo stile architettonico e la colorazione hanno dato alla struttura la denominazione “Disneyland”.

 

Oslobodenje (Giornale di Sarajevo)

Nell’estate nel 1992 il grattacielo del quotidiano Oslobodenje (“liberazione”), fu colpito da decine di proiettili infiammabili iniziando a bruciare. Sistematicamente ogni giorno i proiettili colpivano il grattacielo. Nonostante l’attacco continuo, i giornalisti decisero di stampare il giornale quotidianamente nel sotterraneo del palazzo. I giornalisti uscivano ed entravano dal palazzo infiammato portando i pacchi di giornali che distribuivano per la città.

Prima della guerra la sua tiratura era di circa 120 mila copie, dopo la guerra si è notevolmente ridotta a circa 18-20 mila copie.

 

Il palazzo della PTT

Il palazzo dell’azienda di comunicazioni telefoniche ha preso il nome inglese a seguito dell’insediamento di Unprofor. Nonostante la presenza del Comando Generale di Unprofor, il palazzo non fu risparmiato dai proiettili.

 

Palazzo delle Nazioni Unite

Questo complesso è stato, prima della guerra, casa dello studente. Distrutto durante la guerra, al termine di essa le Nazioni Unite lo hanno ricostruito e affittato per tutta la permanenza nella Bosnia H. Esso ne costituisce la sede principale. Al suo interno vi è l’IPTF (Polizia Internazionale), la quale ha il compito del monitoraggio della polizia locale.

 

Nuovo quotidiano “Dnevnia AVAZ”:

E’ stato fondato dopo la guerra ed ha una notevole tiratura. Esso riporta tutte le notizie riguardanti i fatti che avvengono sia nella Federazione che nella Repubblica Srpska.

 

Palazzo della radio e televisione

La massiccia costruzione in cemento armato, costruita in base ai criteri di guerra, ha sofferto bombardamenti continui. Fu uno dei primi edifici colpito da una bomba d’aeroplano modificata, invenzione del comandante serbo accusato di crimini di guerra da parte dell’Alta Corte dell’Aja nel 1996. In quella occasione l’edificio subì i danni maggiori. Nonostante questo la trasmissione dei programmi non fu interrotta.

 

L’albergo “Bristol”

L’albergo di categoria “A” era sulla linea del fronte. Bruciato ed in rovina è ricordato come “No Man’s Land” (terra di nessuno).

 

La Vecchia Chiesa Ortodossa:

E’ uno dei monumenti più antichi. Costruita nel 1539 è un eccezionale monumento architettonico.

Durante la guerra i Serbi hanno distrutto gran parte della città di Sarajevo. Tuttavia questo monumento e anche tanti altri che rappresentano la religione ortodossa, non sono stati distrutti. Al contrario nelle zone conquistate dai Serbi, tutti i monumenti che non erano di religione ortodossa sono stati distrutti, senza pensare all’importanza storica che ne poteva derivare.

La caserma “Maresciallo Tito”

La caserma dell’esercito Jugoslavo era nel centro della città, circondata dalle vie che portavano dal centro alla parte nuova. La velocità media per le autovetture davanti alla caserma era di 120 km/h per poter evitare i proiettili. Quando nel 1992 l’esercito jugoslavo ha cominciato ad abbandonare la caserma, il battaglione Ucraino di Unprofor ha preso il suo posto. La struttura è stata parzialmente danneggiata e bruciata e alcune delle sue parti sono state usate per costruire il Survival Ad Museum situato di fronte al Teatro Nazionale nel 1994.

A tutt’oggi in questo complesso si sono installate varie organizzazioni della Comunità Europea, tra le quali MAC (che si occupa dello sminamento e bonifica di tutte le aree del paese) - ICTY (Corte Internazionale del Tribunale per la ex Jugoslavia che si occupa dei crimini della guerra e di indagini sulle fosse comuni). Questa organizzazione collabora direttamente con l’Alta Corte dell’Aja.

 

L’Holiday Inn

Prima dell’assedio di Sarajevo, i posti letto dell’albergo erano 49.000, e durante l’assedio è stato l’unico albergo in funzione. L’albergo è stato costruito prima dei Giochi Olimpici Invernali, lI 6 Aprile 1992, qui si posizionarono i cecchini della SDS (Polizia Serba) i quali sparavano contro i cittadini che si raccoglievano davanti al Parlamento. L’albergo, in un certo modo, è stato risparmiato delle granate poiché era sede di giornalisti della stampa estera. Nonostante ciò, un gran numero di stanze furono distrutte o bruciate. E’ stato uno dei pochi alberghi in cui le stanze più care erano quelle senza vista. Vedere le montagne significava prestarsi alla vista dei cecchini. Durante l’assedio la regola era: “Se tu vedi lui, lui vede te”. L’albergo ha offerto ospitalità per tutta la durata dell’assedio.

 

Il Museo di Stato

Il Museo di Stato è situato in un edificio neo-rinascimentale in cui esso sono custoditi molti reperti archeologici provenienti da altrettanti scavi i cui rinvenimenti sono stati divisi tra Vienna e Sarajevo.

Situato sul lato opposto rispetto all’Holiday lnn, il Museo di Stato era sulla linea del fronte in quanto il fiume Miljacka lo separava dal territorio occupato denominato Grbavica. La costruzione include i giardini botanici è considerata come il più vecchio istituto culturale e scientifico in Bosnia Herzegovina. Istituito neI 1884, il museo e’situato in una monumentale struttura tombale medievale. Nel museo sono situati i dipartimenti di archeologia, etnografia e scienze naturali. E’ stato impossibile proteggere tutti gli oggetti in esposizione, ma nonostante il bombardamento, questi non furono colpiti direttamente. Gli oggetti di più gran valore, come il famoso “Sarajevo Haggadah”, sono stati trasferiti in luoghi più sicuri. Una parte del museo fu distrutta con il fuoco e colpita con più di 420 proiettili, secondo quanto si desume dalle statistiche del museo. Di fronte al museo era posizionato un veicolo trasporto truppe che era destinato alla protezione dei cittadini che utilizzavano il tram. Molte persone furono uccise o ferite in questo punto e fu proprio in questo che vennero uccise le ultime vittime quando una granata colpì un tram, dopo la firma degli accordi di Dayton.