aprile 2006

a. XII, n. 2  [65]

 

 

La Banda Bernado De Muro (50)

 

Raimondo Dente intervista Nino Sini

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 APRILE 2006

Chie torrad’an domo no es perdidu. Lu narat unu diciu ancora in usu.

Con queste parole la Banda accolse Nino Sini che mancava da venticinque anni, da quando era partito per svolgere il servizio in Polizia.

Come lui stesso racconta, sia la musica che la banda le aveva impresse nel cuore. Tanto impresse che, una sera, uscito da casa per accompagnare il figlio alle prime lezioni di musica, quando si trovò di fronte ai vecchi e nuovi componenti della banda, bastarono poche parole di invito. Immediatamente si iscrisse nuovamente ai corsi ed esordì come suonatore una seconda volta, il Giovedì Santo del 1998.

 

Cuntentu ses a donz’ora

c’a sa banda ses torradu,

b’istes cant’as disizadu

a medas annos ancora

e mentoves donzi tantu

sa gita ‘e Logu Santu.


Voglio raccontare in apertura la prima suonata esterna alla quale partecipai. Suonammo a Bitti nella processione religiosa al mattino e al concerto serale nella sala cinematografica. Mi rimangono dei ricordi divertenti.

La mattina prima della processione, durante la S. Messa, suonavamo all'interno della chiesa un brano religioso; non mi accorsi che il maestro, il povero tiu Bustianu Piga, aveva dato il segnale di chiusura prima che il brano terminasse, e pertanto continuai a suonare. Tutti gli altri giovani componenti della banda, tra cui molti miei compagni (il povero Zizzu Ranchidu, Mario Doneddu, Emilio Canu, Carlo Brianda, Andreino Orgolesu) iniziarono a ridere ed allora Giuseppe Casula, attualmente uno dei decani della Banda, li riprese asserendo: "ci avete poco da ridere; si, è vero che è uscito da solo, ma almeno la nota era bella pulita".

Ricordo ancora che poi, finito di suonare alla processione, con la suonata finale davanti alla chiesa, quelli del comitato ci portarono al bar per bere qualcosa. Mio cugino, Piero Fresu, dopo aver richiesto la chiave della toilette alla titolare, entrò subito dentro per soddisfare le sue necessità corporali.

Anche io, con altri componenti della banda, avendo le stesse necessità; stavamo aspettando il nostro turno e, giacché il tempo passava e Piero non usciva, iniziammo a bussare alla porta senza ottenere alcuna risposta. Alquanto preoccupati, richiedemmo l'intervento della titolare del bar che, con una chiave pàs partout, aprì la porta del bagno, appurando che all'interno non c'era nessuno. Notando la finestra del bagno aperta, tutti scoppiammo a ridere, cosa che fece arrabbiare la donna. Di fatto Piero era uscito dalla finestra; infatti si trovava a bere in compagnia degli anziani della banda che erano seduti in un'altra sala dello stesso locale.

Ricordo ancora le suonate ad Ardara, dove abitava la mia ex professoressa di Francese, che mi stava antipatica e non vedevo di buon occhio; poiché soggiornavamo in loco tutto il giorno, puntualmente mi invitava a pranzo e, poiché avevo vergogna di dirgli di no, anche se a malincuore mi vedevo costretto ad accettare.

L'ultima suonata, prima di partire in Polizia nel 1973, la feci a Luogosanto, dove soggiornammo per ben tre giorni. Ricordo ancora il cazzotto sferratomi da certo Benito, che mi mandò a tappeto. Benito Mannoni, un disabile del paese — che tra l'altro con la famiglia aveva tempo addietro abitato per un periodo a Berchidda — era solitamente preso in giro in modo scherzoso dagli anziani della banda e mai, in alcun modo, aveva reagito. Quando mi permisi io e scherzando ebbi a dirgli qualcosa, non esitò un attimo a sferrarmi un improvviso pugno che mi colpì al viso.

Dopo tanto tempo che ero stato fuori per lavoro, il maestro Gianfranco Demuru ed alcuni componenti anziani della Banda mi sollecitavano per rientrare in banda. Il pomeriggio del 2 gennaio 1998, quando mi recai alla sala di musica per accompagnare a lezione mio figlio Salvatore a lezione, che doveva presto esordire nella banda, nel sentirlo suonare alcune parti religiose che io a suo tempo avevo suonato, mi venne un forte desiderio di riprendere anche se, in un primo momento, mi ero riproposto di rientrare nella Banda Musicale di Berchidda solamente una volta che ero stato collocato in pensione. Infatti, anche se suonare è un hobby, quando si prende un impegno bisogna dare la disponibilità, cosa che prima per problemi di lavoro non potevo garantire.

La sera stessa mi iscrissi al corso, iniziando subito le lezioni che frequentai sino ad esordire per la seconda volta in banda con lo stesso mio figlio Salvatore, il successivo 9 aprile, nella processione del Giovedì Santo.

Nel mese di settembre dello stesso anno, dopo 25 anni, abbiamo risuonato per 3 giorni consecutivi a Luogosanto, senza però soggiornare in loco in modo fisso; infatti la notte rientravamo a dormire a Berchidda, così come pure l'anno successivo. In questa ultima circostanza, un mattino, intorno all’una di notte, con Giuseppe Casula, Cecco Sini, Mimmio Fresu e Giovanni Addis stavamo andando al pullman che era parcheggiato nella periferia del paese per rientrare a Berchidda. Nel passare davanti ad una pizzeria-rosticceria, nonostante fossimo pieni sino all'orlo per avere in tutto il giorno mangiato, e soprattutto bevuto abbondantemente, optammo per un panino con polpi ed un bicchiere di birra. Mi ricordo che, ricevuto il primo panino, per mangiarlo mi sedetti al centro del locale, su una di quelle sedie bianche, leggere, con il fondo leggermente ovale. Gli altri invece, una volta serviti, stavano mangiando il panino in piedi, quando le 4 gambe della mia sedia cedettero di schianto. Nel cadere a terra il fondo della sedia iniziò a girare in continuazione su se stesso con me sopra, giacche avevo le gambe alzate. Tutti e quattro i miei compagni di banda, io stesso, nonché il personale di servizio del locale iniziammo a ridere a crepapelle. Nessuno si degnava ad aiutarmi ad alzarmi ad eccezione di Giuseppe Casula, che stava ancora mangiando il panino; senza mollarlo, anzi stringendolo a sé con una mano perché non gli cadesse, con l'altra mi aiutò a risollevarmi da terra. Fortunatamente nella caduta non riportai alcun danno fisico.

Un altro episodio curioso mi è capitato ancora una volta nell'ultima suonata di Bitti. Finita la processione, quando dal Santuario, posto all'estrema periferia del paese, stavamo raggiungendo il centro, dove ci aspettava il pullman, mi si avvicinò un giovane abbastanza alto e grosso che mi chiese se poteva suonare il mio strumento. Acconsentii ed il giovane iniziò a provare sbuffando dentro il bocchino, senza però che dal basso fuoriuscisse alcun suono. Costui allora disse in dialetto bittichese: "o... bella è questa... possibile che non esca nulla...". Riprovò numerose volte senza riuscire a farlo suonare. Pertanto, mi riconsegnò lo strumento ma, percorsi all'incirca 200 metri, mi chiese nuovamente se glielo potevo ridare perché, a suo dire, se lo suonavo io lo poteva suonare pure lui.

Nonostante i numerosi tentativi, anche questa volta dal basso non uscì il minimo suono. Allora me lo feci riconsegnare e per sfotterlo gli dissi: "io uno strumento adatto per tè lo avrei..". Lui, sempre in bittichese replicava: "e quale sarebbe?" Allora io, riferito alla grossa stazza fisica, continuavo: "un piatto, un piatto pieno di gnocchetti sardi".

Il giovane, senza scomporsi più di tanto, dopo avermi ben attentamente osservato affermò: "e bè puru oisi no ischerzatese...". Tutti i presenti iniziarono a ridere fragorosamente.

Tra le numerose suonate effettuate con la Banda musicale, non posso non ricordare con piacere e commozione, quelle davanti al vecchio Papa Giovanni Paolo secondo, la prima a Castel Gandolfo e la seconda presso la sala Nervi del Vaticano.

Ho potuto vivere questa bella esperienza anche perché il desiderio di rientrare in banda, dopo un lungo periodo di assenza, era stato molto forte. Oggi sento una grande soddisfazione per aver potuto suonare prima con mio figlio Salvatore e poi anche con mia figlia Marta.

In conclusione devo dire che sino ad adesso, con grande mia soddisfazione, sono riuscito nell'intento di mancare il meno possibile sia alle prove settimanali che si svolgono normalmente due volte la settimana sia ai diversi servizi.